Critiques

Mostra personale
Put yourself in my shoes

Testo catalogo mostra / Novembre 2018

FAR FLUIRE – COREOGRAFIE
Rossana Di Fazio

Muoversi, ed è la vita, poi raccontare, ed è la voce e il segno.
Il percorso di Paki Paola Bernardi comincia con una tentazione di studi classici, seguita da un lungo soggiorno a Londra e una impegnativa formazione di graphic designer.
Poi il rientro in Italia e l’incontro con le arti “belle” e fra queste l’incisione, la sorella grande, la più ostica e oscura. Verrebbe da pensare a una predestinazione se è vero che il Caso la porta a scegliere, per vivere, le stesse stanze che furono lo studio di una grande artista incisora, Federica Galli.
Come per tante altre bambine (e una ragione ci sarà) anche per Paola il primo amore è stato il ballo, mai abbandonato, l’accordarsi naturale a un ritmo, alla musica fuori di sé. Ma se alla spontaneità subentra la ricerca, diventano essenziali appercezione e ascolto interiore, e allora ecco il movimento fluire, svolgersi come una continua rivelazione: il corpo sa intonare le qualità dello spazio e raccontarlo. Il duro lavoro della danza contemporanea e del gesto reso naturale è questa disciplina della percezione, fatta di ascolto, attenzione e abbandono, tutto insieme.
L’incontro fra queste attitudini è all’origine del lavoro qui esposto, Put yourself in my shoes, un titolo che è già un invito.
Paki Paola Bernardi mi ha parlato, nelle stanze limpide e luminose dove vive e lavora, della sua “esigenza di comunicare”, una intenzione che sento onesta, senza ostentazione né riserve ermetiche, e che rispecchia l’eleganza sobria e l’essenzialità del suo lavoro grafico ed editoriale.
Appartiene al contemporaneo la tensione a incorporare nell’opera stessa l’azione che l’ha generata: i tagli di Fontana, l’Action Painting, l’Informale, non sarebbero comprensibili senza questo considerare il gesto artistico come sostanza dell’opera. E se ogni opera è dunque l’esito di una performance, la pratica delle arti evoca e dispone l’ambito del rito: il gesto che trasforma, e trasforma secondo un certo ordine attraverso passaggi successivi.
Questa idea calza a pennello ai procedimenti dell’incisione – inchiostratura della lastra, pulitura, passaggio al torchio calcografico per la stampa – alla quale Paola aggiunge ulteriori trattamenti, come le bruciature.
E poi le scarpe. Alcune delle tracce sono le impronte materiali dei tacchi che si muovono sulla lastra di zinco, ma sempre chi incide deve affrontare un gesto aspro e stridente. Eppure quei segni e raschi producono in molte occasioni figurazioni stratificate e soffici, vapori grigi e profondità di piani, graffi risanati da lumeggiature di foglia d’oro. E come nel gesto della danza il procedimento esistenziale e materiale che arriva a compiersi nella immagine ha il tratto della naturalezza, qualunque sia stata l’emozione numinosa o la nigredo che l’ha originato.

Mostra personale
Put yourself in my shoes

INTERVISTA di Luca Rendina, critico e curatore / Novembre 2018

/ Quanto è importante il ritmo nel tuo lavoro?

Io intendo il ritmo come danza, come intervallo tra un lavoro e l’altro.
A volte mi sembra che la cosa più importante siano gli intervalli tra un tempo e l’altro, un movimento e l’altro, perché è quello il momento in cui avviene la comprensione di qualcosa che poi vado a esprimere con l’azione.
L’azione è già storia, è già passato. La prossima comprensione che accadrà nello spazio-tempo della non-azione sarà un’evoluzione di quanto espresso in precedenza e così via all’infinito.

/ Com’è nata l’idea di danzare nell’opera?

Ho praticato diversi tipi di danza nella mia vita, dal balletto classico quando ero bambina alla contact improvisation e la danza espressiva ed emozionale da adulta.
Molte delle tecniche meditative che ho praticato negli anni usano la danza come metodo per trascendere la mente razionale e connettersi con altre parti del cervello.
Questo per me funziona molto a livello creativo. Il movimento del corpo e la danza sono il mio modo di connettermi profondamente con il mio sentire e, paradossalmente, questo mi permette di esprimermi a un livello meno personale e più universale.
Quindi a un certo punto, dopo aver sperimentato a lungo con l’espressione del segno in movimento, ho semplicemente applicato questa tecnica all’incisione su lastra.

/ Secondo te è importante emozionare nel tuo lavoro?

Non è assolutamente importante, non mi interessa. L’importante nel mio lavoro è comunicare, che è diverso.
Può anche essere un’emozione quella che viene comunicata, dato che l’emozione è un movimento, ed è a quella che io mi connetto e che esprimo attraverso il movimento del mio corpo.
A me preme però che chi vede il mio pezzo, in qualche maniera possa sentirsi collegato a quello che vede e lo senta, lo sperimenti, se ne appropri; che si metta davanti all’opera in maniera discorsiva, ovvero, oltre a guardarla, si immagini di essere guardato a sua volta dall’opera e senta cosa accade, cosa gli/le si muove dentro.
Perché se sei soltanto tu che guardi me e non ti lasci guardare, significa che non stiamo comunicando, qualcosa è fermo e non fluisce.
Questa è la ragione per cui ho scelto il titolo ‘Put yourself in my shoes’ per la mia mostra, perché oltre all’ironia del titolo e l’ovvio riferimento al metodo che uso per creare alcuni dei mie lavori, è anche un invito a sentire attraverso di me.

/ Tre artisti importanti per te.

Yves Klein, Lucio Fontana, Louise Bourgeois.

/ Tre musicisti.

Per quanto riguarda la creazione artistica, al momento Nicolas Jaar mi ispira tantissimo e uso la sua musica per creare. Poi direi dei generi più che dei musicisti specifici: la musica elettronica e trance e la musica gnawa che ho scoperto 20 anni fa nel mio primo viaggio in Marocco.

/ Se invece preferisci: tre danzatori/performer.

Shen Wei, che ha creato la tecnica Natural Body Development, che alla danza affianca pittura, suono, scultura e video, oltre a mettere insieme tradizione orientale e occidentale.
Il mio primo grande amore da ragazzina, Vaslav Nijinsky, con tutti gli annessi di ricerca musicale e visiva dei Ballets Russes di Diaghilev.
Infine la ricerca di Pina Bausch.

/ Grafica e pittura possono convivere?

Assolutamente sì.

/ Oriente e Occidente si devono percepire nel tuo lavoro?

Non direi che si devono percepire, ma che forse si percepiscono.
Il mio lavoro tiene conto delle polarità e Oriente e Occidente lo sono.
Anche per la mia formazione, se vogliamo anche un po’ orientale, ho approfondito in anni di pratica alcune tecniche meditative orientali, ho viaggiato in Oriente.
Poi di base sono chiaramente occidentale.
Sono europea, ho studiato e vissuto a lungo a Londra e sono italiana, quindi ho inscritto tutto questo nel mio DNA.
Mi è successo di condividere percorsi creativi con persone provenienti dal Giappone e da Taiwan e ho visto la differenza di approccio, estetico e metodologico, tra un mondo e l’altro, ma per quanto affascinante non mi appartiene.
Penso che sia importante essere consapevoli che il nostro bagaglio culturale ci condiziona a esprimerci in un modo già definito in partenza.

/ Pensi che l’arte possa aiutare chi la guarda?

Aiutare non so, cambiare sicuramente sì, ma solo se si è disponibili a restare aperti e lasciare andare il controllo, in modo da farsi toccare profondamente da quello che si ha davanti.
A me è successo di sentirmi molto agitata davanti ad alcune opere, perché quello che sentivo muoversi dentro di me era forte e sconosciuto. Una specie di inondazione.
Ma non sempre. A volte è stato bellissimo, estatico o sorprendente, a seconda dei casi.
E appunto lasciarsi toccare significa accettare un cambiamento.

/ Arte come meditazione. Può avere ancora un senso?

Sì, certo, come qualsiasi altra cosa. Anche lavare i pavimenti, se fatto con presenza, può essere una splendida tecnica meditativa.

/ Secondo te, i tuoi lavori possono essere considerati autoritratti?

Credo di sì. Mi esprimo partendo dal mio sentire e cerco di essere sincera e autentica quando lavoro e di esporre nelle mie opere una parte di me che è molto intima.

/ Quanto è importante la casualità nella tua opera?

Importantissima. Per questo amo usare l’incisione come tecnica espressiva, perché non mi è possibile avere un controllo totale sul risultato finale. Molto dipende anche da fattori esterni quali la temperatura, la tipologia di carta, l’acido della morsura e così via.
Inoltre il risultato non è immediato: una volta finita, la lastra deve essere stampata e quindi l’effetto si svela solo nella fase finale. In più il risultato di stampa può variare di volta in volta, soprattutto per me che non sono una maestra stampatrice, ma solo un’artista che usa l’incisione.
La decisione di non cercare di diventare troppo ‘perfetta’ nelle mie tecniche è molto importante per me, perché, così come nell’illustrazione, non voglio che la tecnica soffochi la spontaneità.
Ricordo un periodo in cui disegnavo ogni giorno figure umane, ma ho deciso di smettere perché diventavano tecnicamente troppo perfette perdendo immediatezza, che è quello che voglio trasmettere nelle mie opere.
Non dico che in generale non sia importante imparare bene una tecnica, parlo solo a livello personale. Per quanto mi riguarda, devo riconoscere quanto spazio lasciare affinché il mio lavoro sia arricchito dal caso e, soprattutto nell’incisione, resti una conversazione più che un monologo.

/ Credi che il tuo lavoro debba essere pensato a cicli o a opere a sé stanti?

Lavoro anche a opere singole, ma prevalentemente lavoro su cose che hanno un ciclo di vita lungo, come appunto si vede nella serie ‘Tempi Intermittenti’, un ritmo che va e viene e non si esaurisce in un’opera singola.
Questo mi permette di approfondire, un po’ come i bambini che trasformano continuamente un gioco in qualcosa di nuovo.

Testo critico / Giugno 2018

LA MUSICA INFINITA
Luca Rendina

Il lavoro di Paki Paola Bernardi è così, come un mare aperto sul quale sperimentare, ritrovarsi, allontanarsi, senza una certezza che non sia quella di un percorso interiore.
Perché tutto ciò ha a che fare con quella ricerca che fa delle sue opere un invito a trovare nuove soluzioni all’esistente.
L’arte, come dice Nietzsche, è passare in mezzo ai frammenti dell’avvenire e contemplarli.
L’ultimo ciclo di opere a cui Paola ha lavorato assomiglia sempre di più a un viaggiatore solitario che lungo la strada incontra persone e genti diverse, accettando le sorprese del nuovo.
L’esatto opposto del viaggiatore che sa dove andare e cosa vedere. L’artista, quindi è una persona che cerca tra le pieghe dell’idea, una soluzione agli eterni sussurri dell’anima.
Paola come il nostro viaggiatore è sempre incosciente lungo il proprio tragitto. Succede però che l’incoscienza diventa coscienza e di conseguenza sicurezza del proprio fare.
Le composizioni volutamente rigorose e ricche di significato, lo scandirsi dei ritmi alternati, l’incontro musicale tra il pieno e il vuoto del suono, il riverbero dato dall’eco di suggestioni lontane, tutto contribuisce al vortice ipnotico di un effetto che potrebbe svilupparsi all’infinito.
La continuità nel tempo, la sua memoria intima e segreta e il suo ardente manifestarsi, non ci vengono narrate con scene e immagini accattivanti, ma con il tempo giusto che ci vuole quando scopri un segno, una traccia, un’ombra, una macchia in un muro e quando parte il proprio viaggio personale nei pensieri, nei ricordi.
Paola ci offre una presenza silente con queste piccole forme che passano dall’occhio al cervello, quindi al pensiero e alla riflessione. Questi ultimi dovranno concentrarsi, per cogliere tutti gli elementi e le sfumature proposte e avventurarsi al di là della superficie per comprendere e amare la sua poetica.

DE/AR – Rivista Arredamento

Intervista a Paola Bernardi / Febbraio 2013

LA POTENZA NARRATIVA DI UN TAPPETO
Speciale Tessile a cura di Laura Alberti

Paola Bernardi è Rosapaki.
Un occhio al mondo della grafica e uno a quello del tessile, ha disegnato per Nodus tappeti che sembrano poesie. E non è finita qui…

/ Com’è arrivata dal restyling della corporate identity di Valentino alle collaborazioni con i maggiori brand di design, fino alla creazione di Rosapaki?

Ho avuto la fortuna di lavorare per clienti di alto livello, soprattutto nell’ambito del design, che investono molto nell’immagine.
L’aver collaborato a stretto contatto con un’industria come Valentino, che fa delle capacità artigiane il cuore del suo successo, mi ha permesso di sperimentare, oltre che con la grafica, anche con materiali e finiture.
Mi sono così abituata a interagire con la terza dimensione per cercare soluzioni insolite, fino a quando ho sentito il bisogno di mettere insieme le varie parti di me: quella professionale e quelle più intime e personali.
È nato così Rosapaki projects. Con Rosapaki mi permetto di investigare il confine tra arte e design in piena libertà, senza vincoli di brief e clienti, con progetti che variano dal tappeto all’illustrazione, fino ai lavori di sperimentazione con il filo.

/ Ci parli della sua collaborazione con Nodus.

Ho conosciuto Nodus nel 2009 e da subito ne ho apprezzato l’approccio creativo: lo sguardo ampio, il desiderio di sperimentare, una concezione del tappeto inteso come pezzo d’arte che diventa protagonista dell’arredamento.
Tangle, il mio primo progetto presentato nel 2011, era una sfida, con quel groviglio di linee sottili e complesse da produrre: annodato a mano in India, con una densità di 250 nodi/ pollice, ha richiesto 6 mesi di produzione.
È riuscito bene e alla fine ha stupito anche me che l’avevo disegnato, perché è come se avesse una vita propria, indipendente da me.
Nel guardarlo mi sono accorta che le linee, quando si incontrano, creano un racconto sempre diverso a seconda di come lo guardi.
Ogni incrocio parla di una storia profonda, che poi per me è una caratteristica del filo.
Il secondo progetto, Pienovuoto, un taftato parte della collezione Allover, nasce da una riflessione sul concetto del pieno e vuoto e dall’osservazione del risultato dell’azione di svuotamento di spazi che prima erano pieni.
Spazi che, interagendo con i colori, danno vita a un’immagine nuova, svincolata dal contesto originario.

/ Cosa deve avere, un tappeto, per rendere unico un ambiente?

Credo che un tappeto debba raccontare qualcosa, come fa un quadro, in modo che chi lo guarda colga l’intenzione narrativa di chi l’ha creato.
È questo a rendere unico l’ambiente in cui si trova.

/ Qual è l’approccio di una graphic designer al mondo tessile?

Per me il filo è come la matita. La linea è il mio modo preferito di esprimere la mia creatività: questo è ovvio nelle mie illustrazioni, ma anche quando immagino un progetto tessile.
Spesso un’idea parte da qualcosa che ho creato con il filo e poi diventa immagine. Con questa metodologia sto finendo di mettere a punto una nuova collezione di tappeti.